Vi invitiamo a seguire questo intenso video. Oggi abbiamo bisogno di grandi parole e di grandi uomini per poterci risvegliare dal torpore mediatico ed esistenziale in cui viviamo.

A moltissimi di noi, da alcuni anni a questa parte, sta sfuggendo qualcosa di fondamentale: la nostra Costituzione, prezioso diamante di libertà, punto di arrivo e di svolta nella storia dell’umanità, luogo fondativo di rispetto e valorizzazione dell’essere umano, è stata via a via svuotata nella sua parte centrale, cioè nei diritti sociali.
Io per primo vivevo in un torpore mediatico, fino a poco tempo fa.
Docente di Diritto Costituzionale all’Università di Genova, anche a me, come a tanti altri giuristi, è sfuggito questo gravissimo tradimento e raggiro.Il seguente video è una perla di lucidità per comprendere le ragioni storiche e sociali che hanno generato la difficile condizione economico sociale in cui oggi viviamo.

Mauro Scardovelli

Trascrizione a cura di
Marta Cerutti

[ Da 00:00 a 26:25]

00:25
Tema della “Giustizia”.
Siamo in una fase in cui le antiche certezze collaudate ai paradigmi di interpretazione della realtà, si sfarinano dinanzi all’avanzare dei nuovi rapporti di forza che stanno profò-ondamente riscrivendo le regole del “gioco grande del potere” (G. Falcone).
Nuovi rapporti di forza che archiviano, lobotomizzano principi costituzionali, regole, e danno vita ad una nuova costituzione materiale e ad un nuovo assetto sociale.

Se guardo il panorama attuale e le prospettive dell’immediato futuro, mi sembra che l’Italia dei diritti appartenga al passato, mentre avanza la generazione dei senza diritti, o dei diritti di carta.

Oggi, nelle scuole, parlare della “cultura della legalità” sembra più un esercizio di vuota retorica.

Nel corso di un dibattito sulla legalità, un giovane disse “Ho 28 anni, una laurea in Economia e Commercio grazie al contributo dei miei genitori. Dopo anni di attesa, ho accettato un lavoro per il quale prendo 600 € al mese, lavorando 44 ore alla settimana, e tre sabati e tre domeniche al mese.
Con quello che guadagno non riesco a vivere e sono costretto a farmi aiutare economicamente dai miei genitori. Non mi posso sposare né far figli, non posso avere un mutuo a causa della mia precarietà. So già che non avrò una pensione. Non posso neppure rifiutarmi di soggiacere alle richieste vessatorie del mio datore di lavoro perché col nuovo contratto a tutele crescenti posso essere licenziato senza problemi.
Dunque posso definirmi uno schiavizzato senza futuro, e tutto ciò è perfettamente legale.
Se questo è dunque il destino che mi riserva la vostra cultura della legalità, mi spiega perché la legalità per me dovrebbe costituire un valore?

Siamo davanti ad episodi che lasciano intravedere un fenomeno sotto traccia di progressivo mutamento in atto in settori sempre più ampi della popolazione, di una percezione del mutamento e del significato del valore stesso della legalità.

Le domande come quella in esempio sopra, non possono essere liquidate come mere provocazioni culturali, perché contengono un nucleo di verità e sofferenza esistenziale, che pongono interrogativi che esigono delle risposte.

È come se in molti, giorno dopo giorno, percepissero che stanno venendo meno le condizioni per generare giustizia, e che la legalità sta cambiando il proprio DNA interno.
Avanza un nuovo tipo di legalità, che non solo non è in grado di garantire diritti (in primis il diritto al lavoro, e a un’esistenza libera e dignitosa) ma che anzi sembra voler legittimare la subordinazione dei diritti all’esigenza del mercato e alla logica economica del profitto.
Quanto alla giustizia penale, si diffonde la percezione di un diritto penale diseguale, condannato all’impotenza nei confronti dei colletti bianchi (quelli che occupano i gradini più alti della piramide sociale) e peraltro iper repressivo nei confronti degli ultimi.

5:13
Un’indagine del dipartimento di Giustizia del 2014 sulla composizione sociale della popolazione carceraria, dimostra che oggi in carcere finiscono appunto gli ultimi, e che i colletti bianchi detenuti in un ispiazione e pena definitiva, sono talmente pochi che non sono neanche statisticamente quotati, e tutto questo avviene nel paese dove c’è la più alta corruzione d’Europa e dove la corruzione è cresciuta dieci volte rispetto agli anni di Tangentopoli.

Se tutto ciò corrisponde almeno in parte alla realtà, credo che occorre interrogarsi sulle cause storico-strutturali profonde de progressivo venir meno delle condizioni per generare giustizia.

A mio parere le chiavi di lettura per comprendere il senso globale degli avvenimenti, per decifrare le sofisticate strategie con cui si stanno toccando le regole del gioco e per individuare possibili linee di resistenza, non si trovano nella storia breve di questi anni, ma nella storia lunga del paese.

6:34
Vanno ricercate al di là del ristretto campo di gioco nazionale perché ormai la vera partita si gioca sempre di più a livello sovranazionale e vede entrare in campo nuovi poteri forti che giocano un ruolo decisivo.

Esaminando la storia lunga dell’Italia ci si rende conto che la sfiducia popolare nella giustizia e nella legge non costituisce un fenomeno nuovo ma piuttosto un significativo e pericoloso ritorno al passato.

L’Italia è un paese nel quale per lunghi secoli la legalità e la giustizia non hanno goduto di considerazione nelle masse popolari.
Questo avveniva proprio perché non esistevano le condizioni sociali e politiche per generare giustizia.
Il paese giunge alle soglie del XX sec. in conizioni di tardo feudalesimo, come una società costruita da poche isole felici, sulla pietra angolare del rapporto servo-padrone.

Il 10% della popolazione concentrava nelle proprie mani il 90% della ricchezza nazionale, non esisteva quasi il ceto medio.
La percentuale degli analfabeti era intorno all’80%.
Una società di servi, di padrini, di padroni, con piccole borghesie e corporazioni artigiane al loro servizio.
La disuguaglianza economica dava vita ad uno stato classista, dove le caste dominanti imponevano le prorpie regole.
Per questo motivo la legge e la giustizia non godevano di considerazione popolare.

“La legge – scriveva Gaetano Salvemini – era percepita come la voce del padrone” che santificava lo sfruttamento da parte di una ristretta casta di privilegiati nella maggioranza della popolazione.
La percezione popolare dava per scontato che la giustizia fosse un’apparato di potere forte con i deboli, e debole con i forti.
Esiste una sterminata rete di detti popolari che tramandano nelle generazioni la radicale e secolare sfiducia del popolino nella giustizia.
Del resto questo sentire era suffragato da dati oggettivi: la magistratura era subordinata al potere politico, quindi era addomesticata.

Con un linguaggio attuale potremmo dire che la magistratura si faceva carico allora di una legalità sostenibile, cioè compatibile con i rapporti di forza esistenti.
I pochi magistrati non osservanti venivano sottoposti a provvedimenti disciplinari o trasferiti.
Si trattava quindi di una giustizia di classe: plotone d’esecuzione per le classi popolari, assolutoria per le classi dirigenti.

9.45
Tutta la storia dell’Italia monarchica è un susseguirsi di scandali e tangentopoli impunite, dallo scandalo della Banca romana del 1892, allo scandalo del Banco di Napoli, del Banco di Sicilia, alle truffe nelle forniture militari… Tutti fatti accertati, nessun colpevole.
In Sicilia intanto trionfava la mafia degli agrari, che falcidiavano impuniti i braccianti che rivendicavano condizioni di vita migliori.

10.13
Questo stato di cose si è protratto quasi ininterrottamente sino al XX secolo inoltrato, quando finalmente, dopo la fine della II Guerra Mondiale, si sono create per la prima volta, le condizioni macro politiche per generare giustizia e per la fondazione di uno stato democratico di diritto.

Alla base di questa transizione, vi è stato un epocale mutamento dei rapporti di forza tra i due principali soggetti collettivi della storia del ‘900: le forze materiali del padronato e il capitalismo industriale e agrario da una parte, e dall’altra le organizzazioni politiche del mondo del lavoro.

Lo scontro tra queste due forze sociali, portatore di interessi diversi e opposte concezioni politiche, aveva incendiato la prima metà del ‘900, segnando una delle pagine più tragiche della storia, l’agonia nell’Europa centrale dello Stato liberale italiano, della Repubblica di Weimar, della Repubblica spagnola, l’avvento di dittature franchiste, naziste, fasciste, e nell’Europa orientale la dittatura comunista.
Dopo il lavacro di sangue della II Guerra Mondiale, e all’interno della camicia di forza impressa dal bipolarismo internazionale e gli accordi di Yalta, queste due forze sociali contrapposte, che si erano scontrate, ricomponevano il loro scontro, al centro dell’Europa, dando vita a quella soluzione di compromesso che viene chiamata “economia sociale di mercato” che in sostanza è una via di mezzo tra l’economia di mercato di tipo americano – liberista, e l’economia pianificata di tipo sovietico.

Lo stato liberale di diritto può essere definito come la forma giuridica dell’economia sociale di mercato.

In Italia questo nuovo patto sociale veniva sancito dalla Costituzione del 1948 che all’art. 3 impegnava la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitavano di fatto la libertà, l’uguaglianza dei cittadini e la partecipazione alla vita pubblica.

Si trattava di fatto di un impegno solenne a rimuovere le storiche disuguaglianze sociali che avevano segnato la storia italiana sino a quel punto e che avevano impedito, sino ad allora, di generare giustizia.
Una rivoluzione promessa alle forze di sinistra, protagoniste della resistenza nazifascista, in cambio di una rivoluzione mancata dopo il crollo del fascismo.

13,06
Questo nuovo patto sociale e la particolare congiuntura economica del dopoguerra, propiziano così, sino alla fine degli anni ’70 l’avvento di un fatto inedito nella storia dell’umanità, e questo è stato posto in essere non dai giuristi ma dagli economisti.

Come documentato dallo studio di Piket: per la prima volta, nel secondo dopoguerra, la curva della diseguaglianza, che sino ad allora aveva riservato in occidente l’acesso alla proprietà soltanto al 10% più ricco della popolazione, che deteneva il 90% del patrimonio nazionale, comincia a decrescere.
L’imposta progressiva sul reddito, invenzione novecentesca necessitata dal rapporto di forze sociali appena detto, opera la redistribuzione di quote significative del reddito nazionale dal capitale al lavoro, finanziando così la fondazione dello Stato Sociale e la nascita di una nuova classe, ceto medio, che con la sua capacità di consumo, consente di ampliare il mercato.

Si opera così nel tempo una progressiva, lenta risignificazione della legge e della giustizia, che non viene più percepita come “voce del padrone”, come braccio armato della classe dirigente, forte con i deboli e debole con i forti.

La legge diventa, a poco a poco, lo strumento di attuazione della promessa costituzionale di fondazione di una società di cittadini con pari dignità sociale mediante il riconoscimento dei diritti.
La giustizia diventa il luogo di tutela dei diritti garantiti dalla legge, dinnanzi ad una magistratura cui è affidato uno statuto di indipendenza ed autonomia.

La Costituzione del ’48 diventa così la leva istituzionale e il cuore pulsante di un processo di rileggittimazione della legge e di legalità che si riempie di nuovi contenuti e di costruzione della cittadinanza democratica.

15:37
Proprio per questa sua straordinaria valenza, la Costituzione già nei primi anni dopo la sua approvazione, viene individuata dalla componente più reazionaria della classe dirigente, come una camicia di forza, che nel blindare – dato il suo carattere rigido – il nuovo patto sociale, costituisce il più serio ostacolo a restaurarazione del vecchio ordine fondato sulla diseguaglianza.

Tutta la vita della prima repubblica è segnata dai tentativi per svuotare, sabotare, depotenziare la Costituzione, sia con metodi incruenti, sia con violenza omicida (pensiamo a tutta la strategia della tensione).

16,24
Se nonostante tutto la Costituzione del ’48 non è rimasto soltanto un sogno, questo non è avvenuto soltanto per una forza intrinseca della legge, del Diritto, ma grazie alla strutturale esistenza di sottostanti rapporti di forza sociale che consentivano al Diritto di farsi ordinamento della realtà, anche se con vari limiti.

Quali erano questi rapporti di forza?
Tutta la vita politica della prima Repubblica è stata caratterizzata dal pericolo del sorpasso a sinistra, le componenti più reazionarie della classe dirigente dovevano autolimitarsi, venire a patti, riconoscere i diritti, perché erano costretti a misurarsi con la realtà sociale e politica del più forte partito comunista europeo e soprattutto con la realtà di una classe operaia che aspirava a divenire classe generale e ad assumere la direzione dello Stato mediante alleanze strategiche con quote significative del mondo cattolico riformista della società civile.

Questo bilanciamento di forze, tra forze del capitale e forze del lavoro, aveva attribuito al ceto medio un’artificiale posizione di rendita negli equilibri, perché lo scontento del ceto medio era sempre suscettibile di tradursi in un voto a sinistra, potenzialmente in grado – come dimostra la stagione di Berlinguer – di capovolgere gli equilibri macropolitici.

18,07
Questo particolare equilibrio tra le componenti della società, dava vita ad un conflitto sciale a bassa intensità, permanente, conflitto che diventa il motore della stagione riformista della fondazione dei diritti dello Stato Sociale che si snoda dallo statuto dei Lavoratori fino ala riforma sanitaria.
Il conflitto sociale resta a bassa intensità, anche se abbiamo la strategia della tensione, e non può esplodere a causa dell’equilibrio armato tra Stati Uniti ed URSS, che non consente colpi di stato in Italia.

18,40
Ma ecco che alla fine degli anni ’80, questo precario, straordinario equilibrio delle forze sociali, si rompe e salta completamente.

L’equilibrio che aveva dato origine e sostenuto il compromesso storico su cui si basa nel dopoguerra lo Stato democratico, salta completamente: il crollo dell’Unione Sovietica e la fine del bipolarismo internazionale, la globalizzazione, la transizione dalla old alla new economia, tutti questi fattori determinano la perdita del potere di contrattazione della classe operaia e conseguentemente la perdita del suo ruolo di contro-bilanciamento sociale rispetto al potere del capitale

19,40
Il ceto medio sta all’inizio a guardare questa vicenda come se non lo riguardasse, come se il 27 arriva comunque lo stesso.
Poi si rende conto che la sopravvenuta irrilevanza politica trascina nella disfatta anche il ceto medio, perché nel nuovo gioco di forze messosi in campo, il ceto medio si rivela essere un gigante sociale dai piedi d’argilla, in quanto il suo peso politico non derivava dalla sua consistenza numerica ma dal suo essere il suo ago della bilancia tra due forze contrapposte.
Ora che a sinistra non c’è più la base sociale della sinistra, è soltanto una massa amorfa.

20.23
I Politologi riassumono questo evento assumendo che a questo punto la democrazia è diventata superflua, nel senso che sono venute meno le ragioni di forza che imponevano al padronato e al sistema capitalistico di accettare per ragioni di realismo politico i limiti al proprio libero sviluppo e i costi economici imposti dalla camicia di forza della democrazia.
Il capitalismo è diventato forza egemone, assoluta, non più controbilanciata, non è più disposto a farsi carico degli oneri e dei costi dello stato sociale.

Si assiste così al divorzio non consensuale tra liberalismo e democrazia e alla marcia trionfale in tutto l’Occidente dell’unica forza politica e sociale rimasta in campo: il Capitale.
Si passa dal Capitalismo democratico del dopoguerra al Capitalismo assoluto, egemone di oggi.

21:25
Da qui un progetto politico di ampio respiro, che si declina in tempi e modi diversi in occidente, di progressivo smantellamento dello Stato Sociale, di privatizzazione dei suoi servizi e di asservimento dello Stato alle esigenze degli attori forti dell’economia.

I dati macroeconomici offrono un’inequivocabile riscontro obiettivo del ritorno alla società della diseguaglianza da cui proveniamo: da circa un quarto di secolo – dice Piket nel suo volume – si assiste ad una polarizzazione della ricchezza verso l’alto, come avveniva sia all’inizio del 1900, la ricchezza torna a concentrarsi nelle mani del 10% della popolazione.
Un recente rapporto dell’Ocse posiziona il nostro Paese tra quelli con maggior diseguaglianza dei redditi.
Esiste dunque una precisa correlazione tra la crescita della diseguaglianza e decrescita dei diritti.

22:38
In questo processo storico di lenta costituzione dello Stato democratico di Diritto, che si è avviata a causa della rottura del rapporto di forze che ho detto nell’ultimo quarto di secolo, uno dei punti prioritari di attacco è diventata in Italia la Costituzione del 1948, che essendo espressione dei rapporti di forza tra Capitale e Lavoro risalenti al passato, è al centro di continui interventi manipolatori per adeguarla ai sopravvenuti, nuovi e squilibrati rapporti di forza.
Si assiste così ad un processo di strisciante decostituzionalizzazione che procede da due diverse direzioni:
la prima muove dal basso, all’interno della nazione;
la seconda muove dall’alto, da posizioni strategiche nelle quali sono arroccate ristretto oligarchie sopranazionali.

Quanto al primo versante di attacco, basti ricordare come in quest’ultimo quarto di secolo sia stato caratterizzato da un ininterrotto susseguirsi di leggi e di iniziative politiche, volte a scardinare i principi fondanti della Costituzione.

24:03
Se si esamina con uno sguardo d’insieme la giurisprudenza della Corte Costituzionale degli ultimi 5 anni, si avverte il senso di una pericolosa mutazione.
Mentre in passato la Corte Costituzionale si limitava ad intervenire per censurare episodiche cadute del Legislatore ordinario, negli ultimi anni la Corte è stata investita da un vero e proprio volume di fuoco di leggi incostituzionali, espressione nel loro insieme di una profonda mutazione culturale di larghe componenti trasversali al ceto politico che non si riconoscono più nel patto sociale insito nella Costituzione e che quindi pressano per modificare questo patto.

La giurisprudenza costituzionale è diventata l’ultima linea Maginot di difesa dello Stato democratico di Diritto di fronte ai mutati rapporti di forza.
Una declinazione emblematica di questa divaricazione trasversale tra ceto politico e Costituzione, si è registrato sul terreno strategico della legge elettorale: la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge, perché lesiva del principio di rappresentanza di sovranità popolare, e la maggioranza trasversale del ceto politico, ciò nonostante, l’ha ribadita pressoché negli stessi termini, sostanzialmente privando i cittadini della possibilità di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.

Un’altra declinazine di grave svuotamento della Costituzione si ha con lo spostamento della funzione di fare leggi dal Parlamento all’Esecutivo, che si realizza non soltanto con l’abuso dei decreti legge, ma oggi, nell’ultima stagione, con l’abuso delle leggi delega: il Parlamento, secondo la Costituzione, può delegare al Governo di fare delle leggi, fissando dei principi e dei criteri direttivi.
Il Governo le fa e poi se il Parlamento esprime il parere di dissenso, si adeguano.
Non è più così: oggi ci sono delle leggi delega in bianco, che non contengono/consentono principi direttivi, e il Governo non prende assolutamente in considerazione il potere di dissenso del Parlamento.

PER APPROFONDIRE, Segnaliamo la rivista “Micromega”, Marzo 2015

Estratto, pag 165

RESISTENZA COSTITUZIONE E IDENTITÀ NAZIONALE:UNA STORIA DI MINORANZE?
“La lezione della storia dimostra come le minoranze progressiste in Italia abbiano sempre avuto vita difficile. Condannate nel corso dei
secoli al rogo, al carcere, all’abiura, all’esilio e, nel migliore
dei casi, al silenzio e all’irrilevanza sociale, hanno svolto un ruolo spesso determinante per l’evoluzione del paese, ma solo grazie a temporanee crisi di potere delle maggioranze e a contingenti circostanze favorevoli”. Così è stato anche per la Resistenza, che ci ha lasciato una preziosissima eredità, la Costituzione, oggi più che mai sotto assedio.ROBERTO SCARPINATO
La storia ‘lunga’ che costruisce l’identità
L’identità di un popolo non si forma nella sua storia breve ma nel corso della sua storia lunga, allo stesso modo in cui l’identità di un individuo non si struttura negli ultimi anni della sua vita, ma si sedimenta nel corso della sua infanzia e della sua adolescenza, affondando segrete radici nella sua biografia transgenerazionale.
La Resistenza e la Costituzione fanno parte, a mio parere, della storia breve del paese, di una parentesi apertasi nel XX secolo a causa di fattori eccezionali, cessati i quali la storia lunga e con essa la «normalità italiana» hanno ripreso lentamente il sopravvento.
A proposito della storia lunga italiana, potremmo dire, in estrema sintesi, che siamo transitati bruscamente dalle culture padronali della premodernità tardo-feudale a quelle neo-padronali della postmodernità,
senza avere il tempo di un’assimilazione a livello di massa delle culture della modernità poste a base della costruzione dello Stato liberaldemocratico di diritto (l’illuminismo, il liberalismo, il socialismo riformista) rimaste sempre patrimonio di minoranze quali quelle protagoniste della Resistenza e artefici della Costituzione.Nel XIX secolo mentre in altri paesi europei il feudalesimo era ormai superato dalle rivoluzioni borghesi che avevano mandato in frantumi il vecchio ordine e le sue strutture culturali, in buona parte dell’Italia era ancora una realtà vivente.
In Sicilia, per esempio, fu abolito ufficialmente solo nel 1812 ma rimase in vita sino alle soglie del XX secolo, come costituzione materiale, come sottostante ordinamento effettuale della realtà. Lo stesso può dirsi per gran parte del Meridione e per gli enormi possedimenti dello Stato pontificio, uno dei più corrotti e peggio amministrati del XIX secolo. I viaggiatori europei restavano incantati delle rovine romane e nello stesso tempo erano esterrefatti perché sembrava di essere proiettati dall’Europa civile in pieno medioevo.
In Piemonte sino al 1789 era ancora vigente la servitù della gleba. In gran parte d’Italia il rapporto padrone-suddito era la pietra angolare dei rapporti sociali.
Tutta la ricchezza era concentrata in un ristretto numero di famiglie (il 10% possedeva il 90%); al posto della cultura dei diritti esisteva quella dell’elemosina e del favore, uno statuto della cittadinanza era semplicemente inconcepibile. Società di servi, di padrini e padroni con piccole borghesie e corporazioni artigiane al loro servizio.

Il perdurare nell’inconscio collettivo di tale cultura transgenerazionale sedimentata nei secoli, è testimoniato da alcune significative spie linguistiche. I detti siciliani «baciamo le mani», «voscienza benedica», i detti dell’entroterra veneto «comandi», «servo vostro», ancora largamente diffusi nei ceti popolari, costituiscono l’eco di una millenaria storia di servi e padroni che giunge sino ai nostri giorni, attraversando come un sotterraneo fiume carsico il mutare delle forme dello Stato e dei modi di produzione.

Per un popolo siffatto costituito in massima misura da contadini, condannati all’ignoranza e alla superstizione (la percentuale di analfabeti nell’Italia del 1860 si attestava intorno al 78 per cento raggiungendo nelle isole il 90 per cento), l’unica alternativa possibile appariva quella tra il padrone cattivo e quello buono, immaginato di volta in volta nelle vesti ora del principe illuminato, ora del papa re, ora dell’uomo della provvidenza, ora del duce.

Lo Stato liberale postunitario, primo incipit di Stato moderno in Italia e fragile creatura artificiale di ristrette élite prive, per un verso, di radicamento culturale popolare e, per altro verso, costrette a misurarsi con le soverchiane forze reazionarie interne alla stessa classe dirigente, si rivela solo una breve parentesi temporale, durata meno di un sessantennio, destinata a chiudersi quando il fascismo ripristina quella che da diversi secoli in Europa viene definita «la mostruosa normalità italiana».

Il fascismo
Il fascismo, sostenuto e mantenuto al potere da tutte le principali componenti maggioritarie della classe dirigente nazionale (la monarchia, il Vaticano, gli agrari del Nord, i latifondisti del Sud, la grande industria, l’Accademia culturale),
declina sulla scena della modernità del Novecento l’identità culturale ancora tardo-feudale di un ceto padronale che nella sua maggioranza non era riuscito a evolversi da classe dominante in classe dirigente, e che continuava a praticare lo stesso codice della violenza e della sopraffazione da sempre esercitato nei secoli precedenti da intere generazioni di piccoli e grandi Borgia e don Rodrigo: veri prototipi di una significativa componente della classe dominante il cui rapporto irrisolto con la violenza, costantemente utilizzata come strumento di condizionamento della contesa politica, continuerà a segnare ininterrottamente la storia nazionale sino a epoca recente, se è vero, come è vero, che nessuna storia nazionale è segnata, come quella italiana, dalla serie impressionante di stragi e di omicidi politici che dal secondo dopoguerra giunge ininterrottamente sino alle stragi politico-mafiose del 1992 e del 1993.

Per la tesi che andiamo a svolgere è rilevante sottolineare che la violenza fascista non si abbatté solo sui partiti e sui movimenti di sinistra, ma anche sulle minoranze evolute della stessa classe dirigente, come testimonia l’impressionante sequenza di omicidi e pestaggi di tanti esponenti del mondo liberale e di quello cattolico riformista. Per citare solo alcuni tra i tanti, basti ricordare don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta (Ferrara), assassinato il 24 agosto 1923, i liberali Giovanni Amendola e Piero Gobetti picchiati selvaggiamente e deceduti per i postumi delle ferite il 20 aprile e il 16 settembre 1926. A Napoli nel gennaio 1926 viene assaltata la casa di Benedetto Croce, in lunigiana quella di Carlo Sforza, già ministro degli Esteri dal 1920 al 1921, a Cagliari viene aggredito il repubblicano Emilio Lussu. Il 12 dicembre viene arrestato Ferruccio Parri, leader del Partito d’Azione.

La lezione della storia dimostra come le minoranze progressiste in Italia abbiano sempre avuto vita difficile. Condannate nel corso dei secoli al rogo, al carcere, all’abiura, all’esilio e, nel migliore dei casi, al silenzio e all’irrilevanza sociale,
hanno svolto un ruolo spesso determinante per l’evoluzione del paese, ma solo grazie a temporanee crisi di potere delle maggioranze e a contingenti circostanze favorevoli, dovute per lo più a fattori internazionali.
A proposito del fascismo come declinazione della «mostruosa normalità italiana», non a caso Piero Gobetti lo definì come l’autobiografìa di una nazione, in contrapposizione a Benedetto Croce il quale, invece, lo aveva liquidato come uno «smarrimento» del popolo italiano da circoscrivere nella parentesi del Ventennio.

Dal mio punto di vista, il dato saliente che va meditato per la tesi che vado svolgendo, non è tanto il sostegno al fascismo di tutte le variegate componenti maggioritarie dei ceti dominanti,
ma la spontanea adesione di massa anche degli strati popolari, perché qui, mi pare, risiede un’ineludibile chiave di lettura per comprendere anche le dinamiche politico-istituzionali del tempo che stiamo vivendo.

Non può essere dimenticato che nelle elezioni politiche che si tennero nell’aprile del 1924 il Partito fascista ebbe quattro milioni e mezzo di voti, pari al 65 per cento dell’elettorato, mentre tutti i partiti non fascisti ottennero due milioni e mezzo di voti. Nonostante le elezioni si fossero svolte in un clima di intimidazione, gli storici concordano nel ritenere che l’adesione di massa al fascismo fu in larga misura spontanea e proseguì anche negli anni seguenti, iniziando a venir meno solo a seguito dell’approvazione delle leggi di discriminazione razziale e del precipitare disastroso dell’avventura bellica.

La parte più consistente di adesione popolare è stata individuata nel mondo contadino e nella piccola borghesia. Ciò non desta meraviglia se si considera che il mondo contadino, condannato all’ignoranza e alla superstizione, era da secoli
plagiato dalla cultura oscurantista clericale,
ostile allo Stato liberale,
imperniata sull’etica dell’obbedienza al superiore (perinde ac cadaver secondo il motto dei gesuiti),
sulla delega della gestione del proprio destino individuale e collettivo all’autorità.

Autorità che, secondo la cosiddetta teoria discendente del potere,
discendeva da Dio il quale ne investiva il papa, suo rappresentante in terra, che, a sua volta, ne investiva il sovrano, gestore del potere temporale.
Il sovrano dunque era l’uomo della provvidenza, così come papa Pio XI definì Mussolini alla cui definitiva affermazione contribuì in modo significativo ritirando l’appoggio della Chiesa al Partito popolare italiano e al suo battagliero capo, don Sturzo, esponente del cattolicesimo democratico, costretto all’esilio in Inghilterra per ventidue anni.

E ancora nel mondo inferiore dei «voscienza benedica», dei «servo vostro», la secolare sudditanza psicologica nei confronti degli appartenenti ai mondi superiori era tale da consegnare spontaneamente a questi ultimi le chiavi del voto.

Quanto alla media e piccola borghesia – seconda componente dell’adesione popolare al fascismo – basti ricordare il seguente illuminante passo degli Scritti corsari di Pasolini:
Piccola borghesia e mondo contadino religioso erano fino a ieri un mondo unico. La piccola borghesia italiana era ancora sostanzialmente contadina e, dal canto loro, i contadini (come diceva Lenin) sono dei piccoli borghesi, almeno potenzialmente. La morale era unica; e così la retorica. Malgrado la grande varietà delle «culture» italiane […] sostanzialmente i «valori» del mondo piccolo-borghese e contadino coincidevano ‘.

Possiamo aggiungere che, a parte la componente di neo-borghesia italiana che usciva dai lombi del mondo contadino, vi era poi quella proveniente dai rami cadetti dell’aristocrazia di cui condivideva ethos padronale,
e quella professionale, cresciuta all’ombra e al servizio dell’aristocrazia terriera, di cui scimmiottava i vizi e i vezzi.
I romanzi I viceré e L’imperio di Federico De Roberto nonché Gli indifferenti di Moravia, lumeggiano il segreto ritratto di Dorian Gray di questa significativa componente della borghesia nazionale, impastata di una risalente cultura clerico-fascista che sfida i secoli e che nelle varie epoche storiche si declina in modi più o meno appariscenti giungendo sino ai nostri giorni.

Ancora alla fine degli anni Settanta, Leonardo Sciascia, tra i più acuti indagatori dell’identità nazionale, sottolineava come l’eterno fascismo italiano rimanesse una componente prepolitica del genoma culturale italiano transgenerazionale:
La mia sensibilità al fascismo continua a essere forte, lo riconosco ovunque e in ogni luogo, perfino quando riveste i panni dell’antifascismo, e resto sensibile all’eternamente possibile fascismo italiano. […] E le dirò questa – per me terribile verità: ancora oggi credo che una buona parte degli italiani (di destra, di sinistra, di centro) vivrebbe nel fascismo come dentro la propria pelle. Magari dentro un fascismo meno coreografico, con meno riti, con meno parole: ma fascismo. Un regime che non dia la preoccupazione di pensare, di valutare, di scegliere…2.

Quella minoranza illuminata che scrisse la Costituzione
Sulla base di tali premesse, si pone a questo punto una domanda a mio parere ineludibile. Come è possibile che un popolo con tale storia alle spalle, abbia potuto esprimere e darsi una Costituzione, quale quella del 1948, che, per unanime riconoscimento internazionale, costituisce uno dei massimi vertici della cultura mondiale dello Stato democratico di diritto?
Posso riassumere la risposta che mi sono dato nei seguenti termini. La Costituzione del 1948 (così come era già avvenuto con lo Stato liberale del 1860), non fu affatto espressione della maggioranza dell’Italia reale nella sua duplice componente padronale e popolare, ma di alcune minoranze.
A seguito della sconfitta della seconda guerra mondiale e al crollo momentaneo della vecchia classe dirigente fascista, mentre il paese è allo sbando, si apre nel dopoguerra uno spazio provvisorio un «altrove» – che, sospendendo la anormalità» italiana e risalenti rapporti di forza, assegna il timone del comando a ristrette élite culturali:
gli uomini della Resistenza tra i quali militano i migliori esponenti della cultura liberale, quelli del riformismo cattolico, del socialismo liberale, del Partito azionista, di un Partito comunista emancipatosi, dopo la svolta togliattiana di Salerno, dal radicalismo classista antisistema.

Tutti costoro confluiscono nei quadri direttivi del Cln (Comitato di liberazione nazionale) che selezionano le candidature dei deputati della Costituente, le quali riceveranno poi una ratifica popolare nelle elezioni svoltesi a scrutinio di lista e a rappresentanza proporzionale. È, nella sostanza, un meccanismo di cooptazione elitaria in una fase in cui ancora i partiti di massa sono virtuali o allo stato embrionale. L’alchimia della storia trasforma dunque un’avanguardia culturale in maggioranza politica.

La Commissione dei 75 incaricata di redigere il «precipitato» giuridico della Costituzione e il gruppo dei professori che la supportava sono una sorta di empireo culturale e di aristocrazia etica, figlia della Resistenza, distante anni luce dalla reale identità culturale delle masse del paese e della stessa maggioranza delle sue classi dirigenti.

I componenti della Commissione trasfondono nel testo costituzionale culture elitarie di avanguardia quali la rivisitazione del pensiero liberale operata da Gobetti sul versante politico e
da Einaudi su quello economico,
il socialismo liberale delineato da Carlo Rosselli, non prigioniero della nozione di classe ma aperto alla democrazia politica,
la rivisitazione del pensiero comunista operata da Gramsci che mirava a promuovere i lavoratori del proletariato industriale a rango di nuova classe dirigente senza introdurre né la dittatura del proletariato né la dittatura leninista del partito sulla società, mediante il superamento dello storico conflitto tra gli intellettuali e il mondo della produzione.

Per quel che riguardava i cattolici, vengono messe da parte le culture controriformistiche quali l’antimodernismo di Pio X e il neotomismo dell’enciclica di Leone XIII Aeterna pacis che avevano isolato la maggioranza dei cattolici dallo sviluppo del pensiero moderno, e prendono il sopravvento idee guida tratte dal cattolicesimo sociale di Luigi Sturzo, dall’umanesimo cristiano di Jacques Maritain e dal personalismo di Emmanuel Mounier, veicolate queste ultime da alcuni docenti dell’Università cattolica chiamati a collaborare con i componenti della commissione. Un ruolo importante nell’elaborazione del testo costituzionale svolge il pensiero azionista, rappresentato da giganti come il giurista Piero Calamandrei, esponente di una corrente culturale talmente minoritaria nel paese da scomparire dalla scena politica dopo la chiusura della parentesi costituzionale.

II comune ethos resistenziale antifascista dei padri costituenti, tanti dei quali avevano militato tra i partigiani, costituisce la Grundnorm sottostante la Costituzione. Essi infatti pur discordi nelle ideologie, furono comunque concordi nel rifiuto del sistema fascista e nell’introdurre nella Costituzione i valori diffusi e condivisi dell’uguaglianza e della giustizia,
guardando ai problemi dell’organizzazione dello Stato con l’animo di uomini dell’opposizione, non ancora con l’animo di uomini di potere, anche perché quello era un momento della storia in cui nessuno poteva prevedere chi nella successiva evoluzione politica avrebbe preso il potere.

In effetti, dal mio punto di vista la Grundnorm in parola, più che sottostante alla Costituzione, era soprastante, considerata la sua natura elitaria.
Se si pone a confronto l’Italia disegnata dalla Costituzione con l’Italietta reale arretrata e provinciale del tempo (il 20 per cento di analfabeti contro l’I per cento per cento di Germania e Inghilterra, il 3 per cento degli Stati Uniti, il 4 per cento della Francia), con l’Italia che sino a pochi anni prima aveva inneggiato in massa al Duce salvo poi scoprirsi antifascista dopo il disastro bellico, si comprende come tra queste due entità vi fosse lo stesso abisso che esiste tra il dover essere e l’essere.

La nostra Costituzione superò noi stessi e la nostra storia, fu un gettare il cuore oltre l’ostacolo, indicando un modello da raggiungere: la costruzione di uno Stato democratico di diritto che superava le possibilità etiche delle culture autoctone delle classi dirigenti e delle masse.
Questa è la forza ma nello stesso tempo il peccato originale della Costituzione del 1948 e del suo ethos resistenziale: il peccato di non essere in alcune sue parti vitali e strategiche a differenza delle Costituzioni statunitense e inglese – quella che gli inglesi chiamano la «legge della terra», cioè l’espressione formale della sostanza culturale di un popolo.

La forza della Costituzione degli Stati Uniti, primo modello di tutto il costituzionalismo scritto liberale moderno, si fondava proprio nella sua storicità: nel suo corrispondere cioè alle strutture reali del paese, nella sua capacità di ricomporre, dopo la rivoluzione, un sistema di poteri e di garanzie non troppo dissimile da quello che si era già delineato, attraverso una lunga esperienza, nella vita del paese prima della rivoluzione. L’esperienza britannica, a cui quella americana aveva attinto, era a sua volta tutta empirica, nata da un secolare sforzo per utilizzare, senza distruggerle, le strutture e le garanzie del pluralismo medievale, nel quadro del risorgente Stato accentrato e unitario.

Il costituente italiano invece crea l’organizzazione di un ordinato sistema di pubblici poteri e di libertà politiche, operando sopra basi puramente razionali, in un paese che aveva veduto le sue istituzioni dapprima erose da un lento processo storico (ad esempio le autonomie comunali un tempo gloriose erano degradate a pure circoscrizioni amministrative già prima del Risorgimento), poi brutalizzate dalla dittatura, infine annientate dalla sconfitta. Per questo motivo, i valori liberali incorporati nella raffinata ingegneria della divisione bilanciata dei poteri in quanto condivisi solo da minoranze e non riflettendo i sistemi normativi di fatto dei gruppi di potere dominanti, si rivelano in buona misura inidonei a calarsi nell’esperienza e a svolgere una funzione di ordinamento effettivo della realtà sociale.

La Costituzione sulla carta e nella realtà
Proprio perché la Costituzione del 1948 non rispecchiava la costituzione materiale del paese e non era espressione (almeno in alcune sue parti fondamentali concernenti l’organizzazione dello Stato**) delle autentiche culture illiberali e antidemocratiche delle maggioranze, avrà vita difficile nei decenni successivi.

**Si consideri, ad esempio, la parte dedicata alla magistratura della quale viene garantita l’indipendenza e l’autonomia dal potere politico, segnando una frattura storica rispetto al passato. La nuova disciplina costituzionale, pietra angolare della costruzione dello Stato democratico di diritto, opera una rivoluzione culturale copernicana, mai assimilata dal ceto politico nei decenni successivi, del rapporto tra politica e legge. La legge ordinaria espressione della volontà politica delle maggioranze contingenti non è più sovrana. Stante il carattere rigido della Costituzione è sottoposta al vaglio della magistratura per verificarne la sua conformità alla legalità costituzionale.

Chiusasi la parentesi costituzionale, con le elezioni del 1948 si ristabiliscono in buona misura i vecchi rapporti di forza, rinsaldati e rilegittimati dai nuovi equilibri geopolitici mondiali determinati dalla dottrina Truman che inaugura la lunga stagione della guerra fredda. Inizia così una sotterranea e strisciante restaurazione che si declina anche in una serie di tentativi, spesso riusciti, di devitalizzare, aggirare, svuotare la Costituzione riducendola a mero libro dei sogni. Il breve spazio di questo intervento non consente di inventariare le mille strategie seguite al riguardo.

Dalle sentenze delle Cassazione che qualificarono le norme costituzionali come meramente programmatiche e non precettive (cioè non vincolanti),
alla pratica delle circolari ministeriali, pedissequamente seguite dai capi degli uffici e dai vertici amministrativi, che con atti di normazione secondaria ponevano nel nulla le leggi ordinarie e le stesse norme costituzionali,
ai ritardi nell’istituire il Consiglio superiore della magistratura e la Corte costituzionale,
sino al trionfo della partitocrazia che, concentrando nei vertici dei partiti di maggioranza quasi tutte le leve dello Stato, comprometteva lo stesso sistema costituzionale di reciproci bilanciamenti e controlli tra i poteri.

Nonostante tali limiti, la Costituzione del 1948 non è rimasta solo un libro dei sogni e in alcune sue parti vitali si è trasformata in diritto vivente, costituendo uno straordinario lievito di crescita per l’intero paese. Tuttavia ciò in larga misura non è avvenuto per un fisiologico e indolore processo, ma anche grazie ad aspri conflitti sociali, talora sanguinosi e costati centinaia di vite umane,
e grazie all’esistenza di alcuni contingenti fattori macrosistemici che in passato hanno messo in sicurezza la Costituzione, sottraendola ai tentativi di snaturamento da parte delle maggioranze.
1. Il primo fattore è stato l’equilibrio armato imposto dal bipolarismo internazionale. La guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica e la divisione geopolitica del mondo hanno imposto una camicia di forza alla storia italiana, imbottigliando la dialettica politica della Prima repubblica entro una ristretta banda di oscillazione.
I comunisti non potevano andare al potere, ma, di converso, neanche era possibile in Italia realizzare un colpo di Stato come quello dei colonnelli in Grecia.
Il sovversivismo della componente più reazionaria della classe dirigente (come lo aveva definito Gramsci) – che si nutriva dell’alibi dell’anticomunismo -non potendo erompere liberamente è così costretto a implodere in progetti di colpi di Stato poi obbligati a rientrare, in omicidi politici chirurgici, nella guerra civile a bassa intensità della strategia della tensione, spesso coperta da apparati dello Stato
(vedasi, ad esempio, il caso esemplare della strage di Portella della Ginestra, che inaugura la strategia della tensione il 1° maggio 1947 e le sentenze definitive di condanna di esponenti dei servizi segreti per avere depistato le indagini sulla strage di Bologna, nonché gli altri episodi di depistaggi accertati in sede giudiziaria).

Nonostante l’altissimo prezzo di sangue, la Costituzione si è salvata dal pericolo di colpi di Stato restauratori perché una soluzione autoritaria avrebbe potuto scatenare un conflitto internazionale tra le due superpotenze. Il tentativo di svuotamento della Costituzione prenderà allora la strada della piduizzazione dello Stato, cioè della privatizzazione dei processi decisionali all’interno dei circoli dei grandi «decisori», trasversalmente appartenenti ai poteri forti del paese.

2. Il secondo fattore che ha messo in sicurezza la Costituzione e l’ha preservata durante la Prima repubblica, è stata l’esistenza in Italia di una delle classi operaie più forti e politicizzate dell’Occidente. Tutta la vita politica della Prima repubblica è stata caratterizzata dal pericolo del sorpasso a sinistra.

Le componenti più conservatrici della classe dirigente dovevano autolimitarsi e venire a patti, essendo costrette a misurarsi con la realtà sociale e politica del più forte Partito comunista europeo e, soprattutto, di una classe operaia che aspirava a divenire classe generale e ad assumere la direzione dello Stato, mediante alleanze strategiche con il mondo riformista cattolico e la parte più evoluta della società civile.

3. Il terzo fattore che ha messo in sicurezza la Costituzione, è stata la creazione da parte dei padri costituenti di alcune cellule salvavita e di alcune enclave istituzionali in grado di disinnescare i possibili revisionismi autoritari da parte delle maggioranze contingenti del paese. Il procedimento di revisione costituzionale di cui all’articolo 138 prevede un doppio passaggio parlamentare con la maggioranza di due terzi del parlamento. Nel caso in cui si raggiunga solo la maggioranza assoluta, occorre un referendum confermativo popolare. L’articolo 139 sottrae comunque alle maggioranze, anche quelle qualificate di due terzi, la possibilità di revisione della forma repubblicana dello Stato.
Quanto alle enclave istituzionali, la Corte costituzionale viene costituita con modalità tali da consentirle di poter operare come variabile indipendente rispetto agli equilibri politici delle maggioranze. Le garanzie di indipendenza e di autonomia assegnate poi alla magistratura ordinaria la sottraggono al pericolo di condizionamenti politici di vertice nel sollevare eccezioni di incostituzionalità delle leggi, raccordandola dal basso con la Corte costituzionale. Grazie a tale particolare habitat istituzionale, si rende possibile che le minoranze, le élite culturali che hanno assimilato in profondità i valori dello Stato democratico di diritto, possano svolgere una funzione di resistenza contro i possibili tentativi di restaurazione e di svuotamento della Costituzione da parte delle maggioranze.

L’assedio alla Costituzione dopo la fine della guerra fredda
Oggi sono venuti meno i fattori che avevano messo in sicurezza la Costituzione.
La fine del bipolarismo internazionale, ha restituito il paese a se stesso e alle dinamiche spontanee della sua storia lunga che, non a caso, riprende dal punto in cui era stata interrotta prima che si aprisse la parentesi costituzionale, e cioè dall’epoca precostituzionale.
Inoltre la globalizzazione e il passaggio all’economia postindustriale hanno determinato l’irrilevanza sociale della classe operaia. La scomparsa di questo soggetto collettivo della storia non è stata una perdita solo per la sinistra, ma per tutta la democrazia, perché la classe operaia operava come virtuale catalizzatore politico generale delle masse e baricentro di tutto il sistema politico, costretto a ruotare intorno a questo asse. Lo stesso Partito popolare di don Sturzo, poi trasformatosi nella Democrazia cristiana, nacque dall’esigenza di sottrarre le masse popolari alla sirena dei partiti di sinistra, costruendo un possibile polo politico riformista alternativo.
La smobilitazione di questo soggetto collettivo è equivalsa tout court alla smobilitazione delle masse popolari e alla perdita di un baricentro per le componenti più evolute della nazione. La sua sopravvenuta irrilevanza politica ha trascinato nella disfatta anche il ceto medio che, nel nuovo gioco di forze messosi in moto a livello mondiale dopo il 1989, si rivela sempre più un gigante sociale dai piedi di argilla in quanto il suo peso politico non derivava dalla consistenza numerica, ma dal suo essere l’ago della bilancia nel braccio di ferro tra le forze sociali del capitalismo e della classe operaia che sino ad allora si erano contrapposte in un rapporto di equipotenza.
Gli eventi verificatisi nel terzo millennio nello sconvolgere i rapporti di forza preesistenti hanno creato quindi le condizioni per sciogliere il coatto matrimonio di interessi tra il liberalismo e la democrazia, fondamento dello Stato costituzionale di diritto liberaldemocratico, dando vita a un divorzio non consensuale. I politologi riassumono questo evento assumendo che la democrazia è divenuta superflua, nel senso che sono venute meno le ragioni che imponevano al padronato e al sistema capitalistico di accettare per realismo politico i limiti al proprio libero sviluppo e i costi economici imposti dalla camicia di forza della democrazia.

Le masse sono tornate a essere, così come erano sempre state nel tardo-feudalesimo, soggetto passivo della storia, manipolabile dall’alto.

I nuovi rapporti di forza hanno dato avvio a una complessa opera di reingegnerizzazione del potere che si declina
sia a livello sopranazionale
sia a livello nazionale
mediante una strisciante decostituzionalizzazione e ricostituzionalizzazione.

Tralasciando il piano internazionale, che richiederebbe un’ap-profondita trattazione a parte per la sua estrema rilevanza, e
limitandoci solo alla vicenda nazionale, la Costituzione è divenuta un vaso di coccio tra i vasi di ferro delle maggioranze che da anni ormai puntano a modificarla, a svuotarla con progetti di riforma, leggi ordinarie ma di sostanza costituzionale, prassi politiche. Ormai la sua salvaguardia sembra rimanere affidata solo ad alcune élite culturali e a minoranze popolari, eredi di quelle che la crearono. Basti considerare come quest’ultimo quarto di secolo sia stato caratterizzato da un ininterrotto susseguirsi di leggi e di iniziative politiche volte a scardinare alcuni princìpi fondamentali della Costituzione.
Se si esamina con uno sguardo di insieme la giurisprudenza della Corte costituzionale di questo periodo temporale, si avverte il senso di una pericolosa mutazione.
Mentre in passato la Corte si limitava a intervenire per censurare episodiche cadute del legislatore ordinario, negli ultimi anni la Corte è stata investita da un vero e proprio volume di fuoco di leggi incostituzionali, espressione nel loro insieme di una profonda mutazione culturale di larghe componenti del ceto politico che non si riconoscono più nel patto sociale insito nella Costituzione e che pressano dunque per modificarlo.
La giurisprudenza costituzionale è divenuta l’ultima Maginot di difesa dello Stato democratico di diritto a fronte dei mutati rapporti di forza.

Non è dunque un caso che, fatto inedito nella storia repubblicana precedente, anche la Corte costituzionale sia stata attinta dallo stesso tentativo di delegittimazione (sino a essere definita «covo di comunisti») che nell’ultimo ventennio ha preso di petto la magistratura ordinaria ritenuta, a causa del suo statuto di indipendenza garantito dalla Costituzione, una pericolosa variabile fuori controllo, insensibile all’esigenza di farsi carico delle nuove compatibilità sistemiche e di quella che autorevoli vertici istituzionali hanno definito la «legalità sostenibile».

Una declinazione emblematica del disallineamento ormai consumato tra maggioranze trasversali del ceto politico e Costituzione si è registrato sul terreno strategico della legge elettorale che ha privato gli elettori della possibilità di esprimere un voto di preferenza in occasione delle consultazioni elettorali, trasformando così il parlamento in un’assemblea di nominati da ristrette oligarchie di vertice arroccate nell’esecutivo. Sebbene la Corte costituzionale ne abbia sancito l’incostituzionalità per violazione del principio cardine della sovranità popolare, la legge, come è noto, è stata sostanzialmente riproposta negli stessi termini da maggioranze parlamentari trasversali elette con una legge incostituzionale e che, invece di limitarsi a una gestione degli affari urgenti e a indire nuove elezioni, stanno mettendo a punto, anche mediante il combinato disposto della legge elettorale e la modifica della composizione e del ruolo del Senato, la transizione dalla democrazia della rappresentanza a quella dell’investitura imperniata sul depotenziamento degli istituti della rappresentanza e sulla verticalizzazione oligarchica del potere istituzionale.

Quel che appare significativo è che la mancata interiorizzazione dei valori costituzionali appare trasversale alle maggioranze interne ai due schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra, anche se si manifesta con modalità diverse.
Quanto al primo schieramento non è il caso di dilungarsi, essendo stata per lungo periodo sotto gli occhi di tutti. Si pensi, per ricordare solo le manifestazioni più appariscenti, al rifiuto di alcuni vertici, prolungato negli anni, di partecipare alle celebrazioni della Resistenza da cui nacque la Costituzione e alla demonizzazione della Costituzione come «comunista» o «vecchia».
Quanto al secondo schieramento, si consideri la sperimentata disponibilità di tanti autorevoli esponenti di vertice del centrosinistra a considerare i princìpi costituzionali, i princìpi attinenti all’essenza dello Stato, non come inderogabili, ma come possibile merce di scambio all’interno di ordinarie negoziazioni politiche contingenti.
Su un piatto della bilancia i princìpi fondanti dello Stato e della democrazia, sull’altro contropartite utili al galleggiamento della maggioranza o al conseguimento di obiettivi politici del momento ritenuti prioritari.
Emblematiche di questa svalutazione dei princìpi fondanti dello Stato di diritto, sono state, ad esempio, le vicende che riguardano la ponderata decisione di non regolare, durante i governi di centro-sinistra, il conflitto di interessi e l’assetto televisivo pubblico e privato che, per ovvi motivi, incidono sul modo di essere dello Stato e della democrazia. Basti considerare che la risoluzione del conflitto di interessi – realizzata mediante la separazione del patrimonio personale del sovrano da quello della collettività – è all’origine della fondazione dello Stato moderno in Europa.

Il breve spazio di questo articolo non consente neppure di accennare agli infiniti segnali di questa indifferenza ai valori costituzionali di significative componenti del centro-sinistra: dal lapsus, subito rilevato dagli organi di stampa, della mancata citazione della Costituzione nel manifesto con il quale alla fine del 2006 il nascente Partito democratico declinava la propria identità politico-culturale, all’elaborazione della famosa bozza Boato nella Commissione bicamerale per le riforme del 1997 (rispetto alla quale le bozze di scarto dei costituenti dell’Italia del 1948 sembrano capolavori inarrivabili di cultura democratico-liberale) alla corresponsabilità nell’emanazione di tante leggi definite dalla stampa adpersonas e ad castam, sino ai più recenti progetti di riforma da realizzarsi con leggi costituzionali oppure con leggi ordinarie ma di sostanza costituzionale.

Quel che appare interessante è la straordinaria coerenza culturale che, come un unico filo rosso, inanella la sequenza di iniziative politiche, di prassi istituzionali, di leggi che dalla fine della Prima repubblica stanno occultamente disfacendo la tela della Costituzione del 1948, tessendo la trama di una ristrutturazione in senso neoautoritario dello Stato e della democrazia, più aderente alla costituzione materiale del paese, o se si preferisce all’identità culturale delle sue maggioranze.

Quello a cui stiamo assistendo appare, a mio parere, come una straordinaria reviviscenza di radicati codici culturali premoderni tipicamente nazionali: un passaggio dalla modernità di uno Stato di diritto
imperniato sul primato del potere impersonale della legge uguale per tutti,
alla premodernità di un potere quale era quello tardo-feudale di tipo oligarchico, signorile, svincolato da controlli e non sottoposto a controbilanciamenti.

Così dalla separazione e dal bilanciamento dei poteri, si sta tentando di tornare alla concentrazione verticale del potere di tipo monarchico nella moderna forma di un sostanziale premierato assoluto.

Il neofeudalesimo italiano affollato di tanti vassalli alla ricerca del loro principe, di tanti sudditi contenti di esserlo, di tanti intellettuali la cui massima aspirazione è di divenire il consigliori del principe di turno, sembra essere una riedizione della storia più vera e autentica del paese.

Tale visibile opera di decostituzionalizzazione dal basso, cioè dall’interno della nazione, interseca, come accennato, il contemporaneo processo di oligarchizzazione del potere in atto a livello sovranazionale che sta dislocando le sedi decisionali strategiche dalle istituzioni rappresentative degli Stati nazionali, sempre più ridotte a gusci vuoti, in istituzioni prive di rappresentatività popolare come la trojka (Bce, Commissione europea, Fondo monetario internazionale), espressioni del capitalismo sovranazionale e veicoli del pensiero unico liberista, che cooptano nel circolo dei grandi decisori vertici governativi sganciati dal peso e dall’onere della rappresentanza in nome di una governabilità supina ai diktat dei mercati.

Serve una nuova minoranza illuminata per salvare la Costituzione

Che fare dinanzi a tutto ciò? Chi salverà questo paese da se stesso? La lezione della storia dimostra come in alcuni frangenti cruciali il paese non sia stato salvato dalle sue maggioranze, ma dalle sue minoranze.
Sono state le minoranze che hanno fatto il Risorgimento, trasformando un popolo di tribù in una nazione. Sono state le minoranze che hanno fatto la Resistenza e hanno concepito la Costituzione. E sono le minoranze quelle a cui oggi sembra essere affidata la difesa della Costituzione.

La difesa della Costituzione resta l’ultima spiaggia, il terreno elettivo della nuova Resistenza. Sino a quando resterà in vita, sapremo sempre da dove ricominciare. Sarà sempre possibile fare cancellare dalla Corte costituzionale l’ennesima legge illiberale e antidemocratica che uno schieramento politico approva e l’altro schieramento tiene in vita. La Costituzione italiana va non solo difesa ma anzi rilanciata perché, proprio per i valori liberal-democratici di cui è intessuta e per il suo impianto complessivo antioligarchico di derivazione resistenziale, indica la direzione di marcia verso la quale occorre muoversi per un progetto politico di più ampio respiro
che valichi i confini nazionali e si proietti nello spazio macropolitico europeo, oggi egemonizzato dal pensiero unico mercatista e neoliberista. È urgente una riappropriazione di questo spazio da parte di una rete di movimenti liberal-democratici intereuropei che superando le barriere nazionali dia impulso a un nuovo costituzionalismo che democratizzi l’Unione europea, rivitalizzando la centralità strategica del suo parlamento, realizzando al suo interno una divisione e un bilanciamento dei poteri oggi inesistente, rendendo trasparenti e soggette al controllo popolare procedure decisionali oggi opache ed elitarie.
Un nuovo costituzionalismo europeo che, in sostanza, restituisca ai popoli il bastone del comando oggi saldamente in mano a ristrette oligarchie che spacciano come neutre soluzioni tecniche prive di alternativa, decisioni invece ad altissimo coefficiente politico ed espressioni di un’ideologia mercatista a senso unico, snaturando così l’originario progetto di un’Europa dei popoli.

Salvare la Costituzione significa dunque salvare la parte migliore della nostra storia e gettare un ponte verso il futuro. Se è vero che oggi la difesa della Costituzione resta affidata alle minoranze, ciò non deve scoraggiare. Gli storici e gli analisti del potere sanno bene che la storia non è fatta dalle maggioranze disorganizzate, né dalle oligarchie paralitiche. La storia – insegnava un maestro di democrazia quale era Gaetano Salvemini – è fatta dalla dialettica e dallo scontro tra minoranze organizzate, consapevoli e attive
che, vincendo le inerzie della maggioranza disorganizzata, la trascinano in una direzione o in un’altra, verso un nuovo o un vecchio ordine.
La celebrazione dell’anniversario della Resistenza è l’occasione per ricordare a noi stessi che la parte migliore della nostra storia – quella iniziata con la Costituzione del 1948 e alla quale si vorrebbe porre oggi fine è stata appunto il lascito delle minoranze eroiche che sacrificarono la propria vita perché un popolo sino ad allora di servi e di padroni si trasformasse in una comunità di cittadini che – come recita l’articolo 3 «hanno pari dignità sociale e sono uguali dinanzi alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni, di condizioni personali e sociali».
Mi sembra che il modo migliore per concludere questo mio breve intervento, sia di ricordare le parole pronunciate in loro memoria da Piero Calamandrei nella seduta dei lavori della Costituente del 7 marzo 1947:

Io mi domando, onorevoli colleglli, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea costituente: se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la Costituente Romana, dove un secolo fa sedeva e parlava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì: credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia: e si immagineranno, come sempre avviene che con l’andar dei secoli la storia si trasfiguri nella leggenda, che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri di cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo a uno a uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio di Anna Maria Enriquez e di Tina Lorenzoni, nelle quali l’eroismo è giunto alla soglia della santità. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole:
quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno:
di una società più giusta e più umana,
di una solidarietà di tutti gli uomini,
alleati a debellare il dolore.
Assai poco, in verità, chiedono i nostri morti.
Non dobbiamo tradirli.

Sovversivismo
Per Gramsci, dunque, il colpo di stato fascista consiste in un intreccio di sovversivismo dal basso (il fascismo popolaresco, «rivoluzionario») e di sovversivismo dall’alto, quest’ultimo dovuto «al non essere mai esistito, nell’ambito dei gruppi capitalistici dominanti e nel paese, un “dominio della legge”, ma solo una “politica di arbitrii” e di cricca personale e di gruppo».

I gruppi dominanti del capitalismo italiano hanno la grave responsabilità storica di avere, promuovendo il colpo di Stato fascista, sovvertito e rovesciato quel tanto di ordine legale, quel tanto di «dominio delle leggi» (presente in altri paesi occidentali, come Francia e Gran Bretagna), che in Italia si era venuto, sia pure con difficoltà, costituendo dopo la formazione dello Stato unitario, «Stato ancora gracile e incerto nelle sue articolazioni più vitali»

Su quella responsabilità storica il giudizio di Gramsci è duro e preciso. «Nel marzo 1920 — egli ricorda — , le classi possidenti cominciarono a organizzare la controffensiva. Il 7 marzo fu convocata a Milano la prima Conferenza nazionale degli industriali, che creò la Confederazione generale dell’industria italiana. Nel corso di questa conferenza fu elaborato un piano preciso e concreto di azione politica unificata (…)».

Ma questo piano di una controffensiva generale delle forze capitalistiche italiane, che avrebbe, forse, potuto approdare (e ve ne fu, in realtà, il tentativo) ad una forma ammodernata di governo trasformista giolittiano, diventa, nel giudizio di Gramsci, «sovversivismo dall’alto» quando incontra, in un fatale intreccio in cui il prima e il dopo sfumano e si fondono, il «sovversivismo reazionario» di Mussolini, espressione di quel sovversivismo dal basso di cui Gramsci si sforza di portare alla luce le ragioni storiche, sociologiche, culturali profonde.

Nel «sovversivismo mussoliniano», del «capo della reazione italiana», un misto «di illogico, di goffo, di grottesco», Gramsci scorge un riflesso di quel sovversivismo popolare, dal basso, su cui ritornerà nei Quaderni. Parlando alla Camera, Mussolini s’era vantato di aver introdotto, per primo, nel socialismo italiano, infettandolo, «un po’ di Bergson mescolato a molto Blanqui».

blanquismo Corrente del movimento operaio francese del 19° sec., impersonata dall’attività e dal pensiero di L. A. Blanqui. Erede della tradizione cospirativa di F. Buonarroti, Blanqui sostenne l’assunzione del potere da parte del proletariato attraverso la tecnica del colpo di Stato. Il b., rivelatosi in pieno durante la Comune di Parigi del 1871, contese a lungo il terreno al marxismo.

Gramsci replica (quanti di questi giudizi sono all’origine dell’odio profondo di Mussolini per Gramsci?) che «del blanquismo», manifestazione, in Francia e altrove, di sovversivismo dal basso, come primo barlume d’una coscienza di classe, «Mussolini aveva ritenuto solo l’esteriorità», riducendolo «alla materialità della minoranza dominatrice e dell’uso delle armi nell’attacco violento».

A conclusione di questa breve nota, si può dire che il termine e il concetto di «sovversivismo», con tutto quello che esso implica di meccanicistico, di cambiamento catastrofico, di «rivoluzione senza programma» (v. articolo citato sopra), ha in Gramsci una connotazione profondamente negativa, in entrambe le sue versioni. Quella «popolare», anzi, proprio con Gramsci esce dall’ideologia e dal linguaggio del movimento operaio italiano. Ad essa si contrappone, come espressione di una coscienza di classe sviluppata e moderna, divenuta statuale,
il principio di razionalità e di un ordine nuovo
non totalitario ma pluralista,
non violento ma persuasivo,
non elitario ma universalistico,
quale è, per Gramsci, l’ordine socialista per cui i comunisti combattono.

Umberto Cardia